Ed eccoci al pagellone, con i film più apprezzati dal sottoscritto nel corso del 2021.

Come al solito, ho preso in considerazione soltanto i film distribuiti nel 2021, al cinema o nelle piattaforme di streaming. Con esclusione, dunque, dei film passati (solo) ai festival, o di quelli che non hanno avuto una distribuzione in Italia, ma soltanto in altri Paesi.

Il “pagellone” si compone anche quest’anno di più parti, che per il 2021 saranno:

  • la classica top ten, con i dieci migliori film dell’anno “secondo me”;
  • una serie di segnalazioni di film che sono rimasti fuori dalla top ten, ma che meritano di essere ricordati;
  • una top ten dei film italiani;
  • una top five dei documentari d’autore, genere che mi è particolarmente caro;
  • infine, una breve lista dei “guilty pleasure” della stagione.

Iniziamo dunque dalla top ten, i cui primi cinque posti sono già apparsi qualche ora fa nella classifica annuale di L’ultimo Spettacolo (anche se lì erano in ordine alfabetico, mentre qui i film sono elencati in ordine di preferenza).

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La top ten

1. Dau. Natasha, di Ilya Khrzhanovskiy, Jekaterina Oertel

All’inizio può sembrare una riedizione del Dogma fuori tempo massimo. Ma con il passare dei minuti il film cresce esponenzialmente e diventa sempre più solido, regalando peraltro una delle scene più potenti sul clima nell’Unione Sovietica di Stalin (quella dell’interrogatorio dell’ufficiale del Kgb). Un grande film che fa parte di un esperimento a suo modo straordinario (il progetto DAU), in cui si fondono storia, finzione, immersione.

2. The Father – Nulla è come sembra, di Florian Zeller

Giocare con lo spazio e con il tempo, con la percezione e con la cognizione, senza chiamarsi Nolan, senza fare fantascienza estrema, bensì affrontando un tema di drammatica attualità, in molte famiglie, come quello degli anziani affetti da demenza senile o da malattie come l’Alzheimer. Straordinaria l’idea e come viene messa in scena, pur nell’ambito necessariamente limitato del film di derivazione teatrale. Come straordinari sono Anthony Hopkins e Olivia Colman.

3. City Hall, di Frederick Wiseman

Che dire? Un Wiseman in purezza. 4 ore e mezza di documentario sul funzionamento del Comune di Boston e nulla può sembrare più naturale e interessante. Una strizzata d’occhio al progressismo liberal di Martin Walsh, sindaco della metropoli del New England per otto anni, quattro dei quali nell’era Trump (di cui viene a costituire un’antitesi). Mica per niente City Hall è stato il film dell’anno per i Cahiers du Cinéma. Ma del 2020, perché da noi è arrivato un anno dopo (ma per fortuna è arrivato, e anche in sala, cosa non scontata per film come questi).

4. Judas and the Black Messiah, di Shaka King

Cinema dell’indignazione che getta il sasso (o, per meglio dire, il macigno), ma non nasconde la mano (le colpe e i toni esasperati di entrambi gli schieramenti), per una vicenda che è una delle tante antesignane dell’attuale clima di estrema polarizzazione politico-sociale, un tempo tenuta a bada con metodi discutibili, oggi non più tollerabili (come insegna il processo all’agente che ha ucciso George Floyd). E che ci fanno capire quanto radicato sia l’odio e quanto sia difficile estirparlo anche a distanza di generazioni. O a distanza di millenni, come la metafora cristologica del titolo vuole suggerirci.

5. Quo Vadis, Aida?, di Jasmila Zbanic

La guerra nell’ex Jugoslavia e, in particolare, il massacro di Srebrenica, visti attraverso lo sguardo di una insegnante divenuta traduttrice per il contingente ONU e che finisce dunque per trovarsi calata in un duplice ruolo: quello istituzionale, che le consente di assistere da un punto di vista privilegiato al fallimento dell’ONU e dell’idea di una missione “cuscinetto” in un contesto di prevaricazione; e soprattutto quello di madre, che la porta a mettere la sopravvivenza dei suoi figli davanti a ogni cosa.

6. Un altro giro, di Thomas Vinterberg

Vinterberg conferma di saper fare grande cinema d’autore, quale che sia il tema, anche se controverso, come in questo caso: Druk parla dell’uso e dell’abuso di alcool, soprattutto nei paesi del Nord Europa, come disinibitore sociale. Lo spunto narrativo, quanto meno curioso, da cui si sviluppa il film – la teoria di uno psichiatra e psicoterapeuta norvegese che sostiene come gli esseri umani nascano con un livello di alcool nel sangue più basso dello 0,05% – è anche un pretesto e un espediente per abbinare costantemente il registro della commedia a quello drammatico, fino a un finale liberatorio che richiama quello memorabile di Beau Travail di Claire Denis.

7. Sesso sfortunato o follie porno, di Radu Jude

Non è neanche tanto il fatto di aver osato, cosa che ormai fanno in molti, ma con risultati spesso deludenti. È il fatto di aver saputo osare spiazzando lo spettatore non tanto per l’ovvio, quanto per i cambi di registro continui e per la creazione di un prodotto filmico che è arte in tutto e per tutto, muovendo dal porno al cinema verité pseudo-neorealistico, e dall’installazione enciclopedico-visiva all’opera di spiccato impegno sociale, senza ovviamente dimenticare una sana critica dei costumi e una pervicace parodia del potere.

8. Ariaferma, di Leonardo Di Costanzo

Il miglior film italiano dell’anno, a parere di chi scrive. Un’opera essenziale, minimalista, di impostazione teatrale, retta da due grandi interpreti che Di Costanzo ha fatto calare (intuizione felice) nei panni opposti a quelli più pertinenti alla propria comfort zone. E così Silvio Orlando diventa uno straordinario boss, mentre Toni Servillo sorprende una volta di più nel ruolo del capo dei secondini. Atmosfere straordinarie, in cui il tempo si ferma e lo spazio si annulla, relativisticamente.

9. Gunda, di Viktor Kossakovsky

Novanta minuti a seguire una scrofa nella sua quotidianità, con piccoli intervalli dedicati ad alcuni altri animali d’allevamento, con il minimo comun denominatore della destinazione alimentare dei medesimi. A parole potrebbe sembrare l’ennesima barzelletta sul cinema d’autore, invece Gunda è un film straordinario, sia per un comparto visivo eccezionale (tra cui la fotografia, in b/n, sempre vicinissima ai soggetti – animali – inquadrati, ai limiti del close-up), sia per i suoi significati, tra cui quello che emerge da un finale emotivamente devastante, un piano sequenza di una decina di minuti che ci mostra il dolore di una scrofa. Sembra una barzelletta, si diceva. E invece è il risultato miracoloso raggiunto da Viktor Kossakovsky.

10. Europa, di Haider Rashid

Il dramma dei migranti raccontato da un giovane italo-iracheno al suo esordio nel lungometraggio (e che esordio!). Un film profondamente immersivo, che sa usare alla perfezione lo strumento-cinema per calare lo spettatore nei panni di chi cerca di fuggire da una condizione difficile per raggiungere la (presunta) salvezza.

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Segnalazioni fuori dalla top-ten

C’è molto cinema francese, quest’anno, subito fuori dalla top ten.

A cominciare dal Leone d’oro di Venezia La scelta di Anne – L’Événement, di Audrey Diwan, che affronta il tema dell’aborto con una potenza formidabile e un realismo schietto e diretto.

Petite Maman conferma le doti di Celine Sciamma, qui brava nel mettersi alla prova con interpreti bambini creando una piacevole storia fantastica che si muove costantemente tra il dolce e l’amaro. Notevoli anche – va rimarcato – le scelte di scenografia, che intervengono nella diegesi con un’intelligenza ammirevole.

La ragazza con il braccialetto è un dramma giudiziario sui generis in cui Stéphane Demoustier affronta il difficile tema della gioventù e del rapporto genitori-figli, del delitto e del castigo.

Azor è l’impressionante esordio di Andreas Fontana, ambientato nell’Argentina del 1980 (in piena dittatura) e, soprattutto, nel mondo raffinato (ma talvolta pacchiano), cordiale (ma talvolta arrogante) dell’alta borghesia che può permettersi i servigi di un private banker svizzero. Echi andersoniani (P.T., non Wes) e in particolare de Il filo nascosto: per le atmosfere ovattate, per la sottotrama mistery, per il ruolo della protagonista femminile.

Nella Polonia di Wojtyla, Corpus Christi, di Jan Komasa, è un film che ragiona – suggerendoli o trattandoli direttamente – sui temi della vocazione e della fede, del delitto e del castigo, delle false apparenze, con un “dramma degli equivoci” che va a innestarsi nella storia di una tragedia e dell’elaborazione del lutto di una comunità stordita dal dolore. Un’opera potentissima su una sceneggiatura decisamente ispirata. Un regista che ha tra i suoi meriti quello di saper lavorare in maniera eccezionale con i giovani (come ha dimostrato anche con il pur meno riuscito The Hater).

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La top ten del cinema italiano

1. Ariaferma, di Leonardo Di Costanzo
2. Marx può aspettare, di Marco Bellocchio
3. L’arminuta, di Giuseppe Bonito
4. Il buco, di Michelangelo Frammartino
5. Tre piani, di Nanni Moretti
6. Guerra e pace, di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti
7. Lei mi parla ancora, di Pupi Avati
8. Futura, di Pietro Marcello, Francesco Munzi e Alice Rohrwacher
9. È stata la mano di Dio, di Paolo Sorrentino
10. A Chiara, di Jonas Carpignano

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La top five dei documentari

1. City Hall, di Frederick Wiseman
2. Gunda, di Viktor Kossakovsky
3. Marx può aspettare, di Marco Bellocchio
4. Guerra e pace, di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti
5. The Cave, di Feras Fayyad

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I guilty pleasure del 2021

Yara, di Marco Tullio Giordana
Candyman, di Nia DaCosta