«È difficile intraprendere questo lavoro, avvicinarsi a questo enorme fardello di sogni» (Werner Herzog, “La conquista dell’inutile”)

Mai come in questo caso le parole pronunciate da un regista nell’iniziare ad affrontare la produzione di un film possono adattarsi anche a chi, dal ben più confortevole punto di vista del commentatore, si approccia all’analisi di un’opera che è entrata di diritto nella storia del cinema del Novecento, e che merita pertanto un posto tra le “pietre miliari” della settima arte.

Mai come in questo caso quelle parole vanno a rappresentare pienamente un’opera e l’ideale (cinematografico e produttivo) che essa porta con sé.

Non c’è definizione più opportuna per “Fitzcarraldo” di quella che, per l’appunto, ha coniato il suo autore: “Fitzcarraldo” è un «enorme fardello di sogni», un «heavy burden of dreams», per usare le parole che hanno (anche) dato il titolo al documentario girato da Les Blank (“Burden of Dreams”), che costituisce il making of “ufficiale” (o quanto meno ufficioso) del film.

E per analizzare e sviscerare questo «enorme fardello di sogni» occorre necessariamente (e paradossalmente) procedere con metodo e ordine rigorosi, per un’opera che è invece passionale e romantica, impulsiva e talvolta irrazionale.

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